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La felicità del corridore di fondo

15 Lug

Il calendario segna 20 maggio 2010. Sono le dieci e trenta del mattino. Nella mia Bayamo natale è un altro giorno di caldo piombato che bagna le fronti e genera stati d’animo piuttosto simili all’irritazione. Però questo è là fuori, nelle strade indifese. In quest’ufficio di incastri nella parete, un’aria condizionata incrostata alla parete trasforma la realtà circostante e la rende serena, pacifica.

Di fronte a me, aspetta un funzionario seduto dietro la sua scrivania. Telefono in mano. Dalla mia entrata al locale ha interrotto il suo dialogo solo per dirmi Buongiorno Ernestico, siediti, con la naturalezza di chi era pronto per vedermi apparire. Poco più tardi concluderà questa comunicazione, e comporrà altri due numeri con intenzioni precise: sollecita la presenza di alcuni lavoratori dell’istituzione. Chiede loro di venire nell’ufficio immediatamente. Nessuno me lo dice, ma lo suppongo: si tratta dei membri del Consiglio di Direzione.

Il funzionario ha un’espressione serena, sul volto, senza tratti duri o imponenti. Il suo nome: Ernesto Douglas Bosch. Il suo incarico: Direttore dell’Emissione Provinciale Radio Bayamo, nell’orientale provincia di Granma.

I secondi si trascinano, siamo soli nel suo ufficio in attesa del resto dei convocati, e il peso del silenzio lo obbliga a parlare:

– Lascia che ti dico una cosa – finalmente si accorge che esisto – Tu non hai idea di quanto ti stimo. Innanzitutto per il tuo talento, e in secondo luogo per la tua atteggiamento come lavoratore di questa Emissione, dal momento in cui entrasti più di un anno fa. Però ci sono cose che mi risultano difficili da accettare, che mi rifiuto di credere – dice, e lascia la frase inconclusa, come se non valesse la pena continuarla.

Io lo ascolto, ed anche se lui non lo sa, studio la circostanza con ossessionato interesse. Presento (da dieci minuti tutto me lo preannuncia) che qualcosa di definitivo sta per accadere attorno a me, e mi preparo per catturare l’essenza di quanto si dica, di quanto si respiri in questa mattina.

Il mio arrivo all’istituzione nella quale ho lavorato come Giornalista Culturale dal momento in cui ho concluso i miei studi universitari, nel 2008, è stata marcata oggi da un atto coercitivo che non avevo mai avuto occasione di conoscere.

La ragazza della reception era stata preparata: appena mi fossi affacciato alla porta d’entrata, avrebbe dovuto informarmi dell’alta determinazione: il Direttore mi aspettava nel suo officio. E così lo fece, diligente. Io la ringraziai per il suo comunicato. Però, visto che ad un incontro col Direttore io sarei potuto andare dopo aver detto buongiorno ai miei compagni di lavoro, optai per entrare prima nel mio locale, comprendendo nel frattempo che questa volta la cosa sarebbe stata seria. Lo annusai nel gesto interrotto e distante di certi miei colleghi, e alcuni secondi più tardi, in modo più esplicito, lo seppi dall’officiale di Sicurezza e Protezione del centro, che si incaricò di condurmi personalmente fino alla Direzione. Affinché non ci fossero altre deviazioni nel tragitto.

Per questo ora, quando tre lavoratori di diverse aree entrano quasi all’unisono attraverso la porta, e si siedono a mio lato, non ho dubbi che sto assistendo (come protagonista) ad una scena per la quale, ad essere onesti, sì ero preparato, però che non immaginavo sarebbe potuta arrivare così presto.

Il silenzio è assoluto. Ernesto Douglas si limita a passarmi un documento che (solo adesso me ne accorgo) stava privilegiatamente ubicato alla sua destra, sulla scrivania. Lo estende verso di me e dice:

– Inizia a leggere questo. Quando avrai finito, parleremo.

La mia lettura durò più di quanto desiderato dalla pazienza generale. Comprendere interamente questa Risoluzione 12 del 2010, piagata di sigle, riferimenti giuridici, e una stesura in certi momenti incoerente, fu un vero esercizio accademico.

Tuttavia, l’essenza di quanto avevo tra le mie mani non ammetteva dubbi: attraverso la Risoluzione 12 dell’anno in corso il Direttore dell’istituzione mi espelleva dalla stessa. In modo definitivo.

Ne ero sorpreso? Nuovamente: no. La mia unica sorpresa proveneva dalla premura con la quale questa era apparsa. E, d’altra parte, dal motivo brandito per farlo.

Vediamo.

Dietro questo incontro (che, benché mi sforzi di non farlo, non posso smettere di qualificare con un solo termine: repressivo), figuravano quattro nomi, nello specifico. Erano la base dell’iceberg. I tre primi erano nomi propri: Yoani Sánchez, Reinaldo Escobar, Orlando Zapata Tamayo. Il terzo era un appellativo artistico: Los Aldeanos (I Paesani, ndr).

Da poco avevo pubblicato in rete due lavori che li prendevano come protagonisti. Prima, un articolo (Rivoluzione nel paese), che basandosi sul documentario di Mayckell Pedrero su questo duo di rap, analizzaba gli aspetti musicali, sociali e ideologici attorno al controverso e talentuoso gruppo. Poi, col titolo la morte che non dovette accadere mai, una valutazione sulla tragedia di Orlando Zapata Tamayo, un caso sempre meno nascosto per il popolo cubano. E infine, un’estesa intervista titolata Un limite per tutti gli odii, con la blogger di Generación Y, e suo marito, anch’egli giornalista, Reinaldo Escobar.

Conoscendo la deprimente situazione dei mezzi di comunicazione del mio paese, non ebbi nemmeno l’ingenuità di pretendere di pubblicare scritti in qualche spazio ufficiale, vedi rivista, giornale o sito web della rete nazionale. E conoscendo (anche) la minusvalenza della libertà d’espressione nel mio paese, non supposi che dopo aver esercitato il mio diritto alla voce propria, a questionare criticamente gli atteggiamenti e le decisioni che si stavano prendendo al più alto livello, sarei passato indenne alle rappresaglie. Causa ed effetto.

Però il motivo della Risoluzione 12 del 2010 dimostrava come il grave errore commesso da me sembrava il frutto di una mentalità creativa, capace di competere con il miglior George Orwell, e ormai, qui, la mia adattazione all’assurdo, la mia resistenza allo stupore, non poté che cedere.

Di cosa mi si accusa? Beh, in qualità di giornalista con un proprio account personale ad internet (utilizzabile solo nel mio centro di lavoro), di fare uno uso smisurato della navigazione, accedendo a siti di carattere sovversivo e controrevoluzionario contro il nostro paese, ai quali non ero autorizzato ad accedere. Sono sicuro: lo sciagurato redattore di questo scritto dovette sudare ghiaccio per non menzionare espressamente la vera causa della mia espulsione. Però visto che il non parlare di questa sembrava più difficile che farlo, lo scriba cedette all’impulso. Disse: “si verificò anche la pubblicazione di articoli nei siti suddetti”. Solo questo.

Mettiamo, allora, in chiaro l’argomento: non mi si sanzionava per pubblicare. Assolutamente no. Farlo avrebbe confermato certe accuse sulle violazioni dei diritti individuali, libertà d’espressione ed altri demoni, che era meglio non svegliare in questi tempi convulsi. Poi, in analisi posteriori, tutte le maschere sarebbero cadute e l’ira istituzionale contro un giornalista che si azzardò ad essere condiscendente con sé stesso sarebbe venuta a galla completamente, però nelle due pagine di truculente evidenze, i miei testi figuravano solo come un argomento di quinta importanza al quale si faceva riferimento appena, di passaggio.

Dunque, in questo modo, mi si sanzionava per leggere.

Per leggere ciò che altre voci, tanto fuori quanto dentro il mio paese, dicono su un centinaio d’aspetti politici, culturali, sociali così affini al periodismo che pratico, come alla ragione umana. Però in essenza e senza trucco: mi espellevano per leggere ciò che non dovevo. Per fare proprio ciò che i caposquadra dei campi di canna da zucchero proibivano, sotto pena di violenti castighi, agli schiavi neri. E ancora: per fare ciò che il lider della Rivoluzione Cubana, Fidel Castro, promulgò un tempo come una massima del processo. Noi non diciamo al popolo credi, – disse allora – gli diciamo leggi.

Di ritorno all’ufficio dell’Emissione Radio Bayamo, terminata la mia avventurosa lettura, trovo lo stesso silenzio, la stessa atmosfera densa che impedisce a tutti i presenti di proferire parola, o sentirsi almeno a suo agio. Restituisco il documento al Direttore e questo, obbedendo alla sua pianificazione mentale, chiede:

– Hai qualcosa da dire?

Non potrei sapere se anche all’esterno, se il gesto mi tradisce nel mio esteriore, però internamente devo sorridere. Di perplessità.

Mi passa per la mente, alla velocità di un fulmine, il ricordo di tanti espulsi, di tanti censurati nella più recente Storia di Cuba, quella che non si studia in nessun collegio dell’Isola. E non precisamente il ricordo di un Virgilio Piñera o una María Elena Cruz Varela. Penso agli uomini di sabbia, gli sconosciuti le cui storie di abusi contro i propri diritti, di rappresaglie esemplarizzanti come questa, non si conoscono né mai si conosceranno.

– Assolutamente sì, dico, benché in realtà non ho voglia di replicare. La dimensione dell’ingiustizia, dell’arbitrarietà, riesce spesso a lasciarsi senza parole.

Però parlo, finalmente. Per un intervallo di circa venti minuti. Parlo di violazioni, dell’amnesia generale che, a quanto pare, continua a soffrire il mio paese. La dimenticanza delle conseguenze alle quali metodi come questi ci avevano condotto, da varie decadi, e che ancora non si schiarivano, dedicando cicli di conferenze o pubblicando volumi sul vergognoso e apparentemente immortale Quinquenio Gris. Parlo dei miei diritti all’informazione e alla libera espressione. Parlo delle lagune legali che, senza essere giurista, potevo riconoscere con una semplice ochiata a quel libello accusatore. Parlo sapendo che la catarsi commessa non è altro che il diritto allo scalpitio dell’impiccato. E quando finisco, dopo due secondi di pausa, il mio direttore si dirige al resto dei presenti:

– Qualcuno vuol dire qualcos’altro?

Teste che si muovono in un senso e nell’altro. E per mia sorpresa, senza altri interventi dichiara concluso l’incontro, non senza prima informarmi sui sette giorni che la legge mi offre per presentare possibili reclami.

La sua voce continua ad essere piana. I suoi gesti non hanno cambiato il dispiacere con il quale mi ha ricevuto, mentre conversava per telefono. Ed io penso: la cosa terribile non è che ci siano ancora dei direttori che cedono alla tentazione di usare i propri poteri in forma arbitraria e brutale. La cosa terribile è che, come sono sicuro che farà oggi il Direttore Ernesto Douglas Bosch, riescono a dormire in pace, la notte, con le proprie mogli e le proprie famiglie, relativamente felici.

– Lei non ha niente da dirmi? chiedo prima di alzarmi. Non ha niente da dire rispetto a quanto, da vari minuti, sto dicendo contro questa sanzione?

La sua risposta, rigida, ora sì implacabile, gli esce senza pensare:

– Niente da dire. Ti ho ascoltato, però tutto quello che avevo da dirti è in quel documento che hai in mano. Abbiamo finito. Buongiorno.

In quel preciso istante, nel secondo in cui guardo i suoi occhi impavidi dietro gli occhiali correttivi, capisco che durante tutto il corso di questa riunione le sue orecchie sono rimaste chiuse alla mia voce. Le sue e quelle di tutti. Nessuno mi ha ascoltato in questo incontro spettrale.

Perché? Per la cattiveria di questo locutore, eretto a Direttore, la cui giovialità tangeva a volte la mancanza di carattere e autorità? No, mi dico. La ragione è un’altra. La vera ragione è che quest’uomo che con le sue facoltà mi separa dall’entità che dirige, sta solo compiendo i suoi ordini.

Ordini espliciti (applica procedimenti, drastici come in questo caso), o impliciti (se fossi in te, condurrei questa vicenda con intelligenza). O ancora peggio: ordini interiori, incorporati al pensiero, che rilevano i rischi di non essere energico con un lavoratore sbagliato e, di conseguenza, essere giudicato come un dirigente irresponsabile e fiacco. Ordini di mille classi distinte. Però ordini, alla fine.

Per questo, nemmeno in questo istante nel quale attraverso il corridoio verso la porta d’uscita, con la considerevole percezione del fatto che quelli che mi guardano lo fanno con una compassione (questa sì) umiliante, con uno sguardo di solidarietà che, se non esistesse alcun pericolo, potrebbero solidarizzarsi con me; nemmeno ora, che so che il vincolo è stato finalmente tagliato, posso sperimentare alcuna animosità contro chi, con un colpo di penna, mi ha espulso.

A me non mi caccia Ernesto Douglas Bosch, penso. Che lo riconosca o no, la sua triste funzione è quella di marionetta di altri cervelli che, arrivato il momento, non esiterebbero a gettarlo nel fuoco, proprio come lui fa con me ora. E’ l’esecutore di una direttrice tracciata fermamente, ma che, infondo, non saprò mai se lui condivide oppure no. Come nessuno delle migliaia di cubani espulsi dai suoi posti, estirpati, condannati a lavorare in fabbriche d’acciaio o piantagioni di canna da zucchero, saprà mai se chi gli comunicava il suo licenziamento ne approvasse internamente l’idea, o se non aveva altro soluzione che applicarla per il suo proprio bene.

E’ quasi mezzogiorno nella Bayamo della mia Cuba insulare. Sotto lo stesso sole desertico deambulo un’altra volta per la città dove cent’anni prima, un popolo fervente e lacerato cantava per la prima volta i versi dell’Inno Nazionale. Noi, quelli di allora, ormai non siamo gli stessi, penso, prima di perdermi per l’arteria commerciale più transitata della urbe.

E penso, anche, che nessuna delle persone che passano adesso al mio fianco, né quelle che dietro di me hanno commentato il mio caso, né il Direttore Ernesto Douglas Bosch là nel suo triste ufficio di incastri nella parete, potrebbe comprendere il mio stato d’animo con il quale ritorno sui miei passi verso l’indipendenza personale e professionale. Questa specie di armonia interiore, così simile a quella del corritore di fondo che, separato dalla moltitudine (non importa se davanti o dietro di questa, o di fianco), corre alla sua maniera senza che il resto possa capire la sua leggerezza, e il suo sorriso di felicità.

Traduzione di Gaetano Zamboni
gaetanozamboni@gmail.com

 
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Pubblicato da su luglio 15, 2010 in Uncategorized

 

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