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La Ribellione dei Giusti

30 Nov

Un’eccellente opportunità ha ricevuto Raul Castro per dimostrare la possibile onestà delle sue parole. Nella pugnata d’anni in cui è stato il reggente di quel feudo militare che è l’intera Isola, il fratello minore dei Castro non ha smesso di ripetere una massima, con la sua voce agra e come al di fuori dalle rivoluzioni: “Che ognuno dica ciò che pensa, che ognuno critichi con sincerità, e le sue inconformità saranno ascoltate”.

Ora que Eliécer Ávila, un giovane di 25 anni d’origine contadina, senza premi internazionali che disturbino, né familiari all’estero che mitighino il suo stato di disoccupazione, è tornato a fare notizia, Raul Castro, se gli interessasse, potrebbe dimostrare un’attenzione esemplarizzante, dimostrare che quando parla lo fa sul serio.

Come? Mi viene in mente una delle infinite possibilità: chiamata telefonica di 5 minuti, ordine a un certo piccolo suddito dal viso corroso: “Il tuo prossimo invitato alla Mesa Redonda sarà il giovane Eliécer Ávila. Il programma dura come l’intervista di Estado de SATS, due ore, cosicché sarai in uguali condizioni per analizzare le critiche di un giovane rivoluzionario.”

Riconosco, con un prurito d’insolenza, che la mia immaginazione può essere sfortunatamente fertile. Perché né interessa a Raul Castro dimostrare una qualche verità, né ha ragione di farlo in un Paese che solo obbedisce, mai esige; né gli importano i reclami dei suoi cittadini disgustati, e ancor meno quelli di un ragazzo di Puerto Padre, villaggio che, anche se quasi confinante con il suo Biran natale, ormai non saprebbe ubicare nella mappa del suo Paese.

Dopo aver ascoltato le due ore di dialogo in cui l’oggi ingegnere informatico disoccupato ed ex venditore di gelati si aprì alla sua catarsi di ortodossia e rabbia non dissimulate, continuo a pensare lo stesso che pensavo tre anni fa quando Eliécer Ávila  divenne una celebrità underground: la cosa più squisitamente triste è che non parla  per sé stesso. Nella gola di Eliécer Ávila risiedono le voci di millioni di schiavizzati, ai quali la biologia non ha fornito scroto sufficiente per togliersi lo stivale oppressore di dosso.

Come durante quella interpellazione a Ricardo Alarcón de Quesada, Eliécer torna a sfruttare, senza nemmeno saperlo, un fattore determinante per l’impatto delle sue parole: è l’esponente della ribellione dei più umili, quelli che stanno sotto, i quasi appena arrivati alla vita (oggi ha 25 anni) che si negano ad accettare il destino dei propri genitori, dei propri nonni; quel destino nel quale crebbero, presero coscienza, e al quale ormai smisero di temere per cominciare ad affrontarlo: la tragedia di vivere in un paese senza sogni né aspirazioni.

Lasciando da parte le evidenti referenze storiche sulle quali fonda le sue idee, dimenticando le letture e gli studi che questo informativo con vocazione umanista distribuisce all’ingrosso, la cosa migliore è che il discorso di Eliécer Ávila non è un discorso politico. E’ lì, credo, il nucleo della sua enorme portata.

Anche per coloro ai quali la politica, nel suo stato puro, pare un oggetto deplorevole ma imprescindibile, senza la quale si è un ente sociale incompleto, ci opprime il tono a volte politichese con il quale certe voci discordanti dell’Isola affrontano l’establishment. Suona come un discorso vuoto, strillone, come un metodo archetipico di chi ha ragioni valide però non sa difenderle.

La cosa ammirabile della esposizione di Eliécer, ciò che provoca quel movimento di teste condiscendenti mentre ascoltano le sue denunce, le sue sentenze, le sue domande, è che non si tratta di qualcuno che mette in scena il disincanto: è qualcuno che incarna il disincanto.

Disincanto per una promessa di felicità fallita, per una promessa di uguaglianza e di progresso falliti. Disincanto per un sistema elettorale che più che ad eleggere serve a perpetuare inetti e tiranni. Disincanto per una stampa timorosa che lui non qualifica di buona o cattiva: semplicemente di inesistente. Disincanto per l’incuria dei suoi dirigenti, per il caos che è il suo Paese, la povertà, la fame. Disincanto per la montagna di feci che risultò essere il progetto rivoluzionario che a lui, come a me due anni prima che a lui, insegnarono che era perfetto nella Storia della scuola secondaria.

E ciò che è favoloso, nella storia personale di questo ingegnere informatico, è che il disincanto non arrivò dalla nascita. Gli arrivò dall’apprendimento personale.

Eliécer Ávila fu presidente della Federación de Estudiantes de la Enseñanza Media (FEEM), durante i suoi anni di preuniversitario. Chi da non molto ha lasciato dietro le spalle quel periodo scolare cubano, può testimoniare l’atroce addotrinamento, la macchina di manipolazione alla quale sono esposti i giovani “cuadro”, per convertirli in quelli che l’argentino Guevara promulgava: la argilla fondamentale de la Rivoluzione.

Dopo quei tre anni di preuniversitario, Eliécer Ávila diresse un progetto di Sicurezza Informatica all’Universidad de Ciencias Informáticas (UCI), dove studiò. Non c’è bisogno di dire che nel centro coccolato dal Comandante, la scuoletta dei suoi occhi, le iniezioni ideologiche possiedono dosi raddoppiate.

Allora, cos’è successo a questo giovane, formato come tutta la nostra generazione in uno schema di ferro, tra le sbarre del marxismo-leninismo e di quella filosofia insulare che è il culto al castrismo più idolatra? Che è sucesso a questo giovane educado per estrarre da lui un docile Paolo, e dal quale hanno raccolto un Saul ingovernabile? Beh, ciò che succede a tutti gli onesti, i pensatori liberi, i non castrati: che la bugia gli restò stretta. Che non poté entrargli nel cervello.

Per questo dovette interpellare con le sue parole creole e il suo (nostro) accento orientale, a quel membro dell’Olimpo Insulare chiamato Presidente del Parlamento, al quale interessano solo il destino di cinque membri della Red Avispa. Per questo Eliécer Ávila non lasciò scappare quell’occasione degli dei, la circostanza súmum; quel momento in cui, con mani nervose, sosteneva un’agenda con appunti precisi, e liberò una parte, appena una porzione delle domande che miglioni di cubani conservano in gola senza trovare il coraggio per espellerle una volta per tutte.

E anche per questo, di fronte alle domande del presentatore Antonio Rodiles in Estado de SATS, tre anni più tardi di farsi notare dal suo Paese e dal mondo,Eliécer Ávila tornò alla ribalta: non è normale che un cubano “di Cuba”, e ancor di più, un cubano non vincolato a nessun gruppo di opposizione formale, esprima, con tanta naturalezza (e tanto talento oratorio) la sua distanza dalla dottrina ufficiale sotto la quale crebbe biologicamente e cerebralmente.

I cubani riproducono, oggi, questa intervista nelle loro case. La commentano nelle sue discussioni di sfogo, la citano, ne conversano. Lo ascoltano dire che si è sentito truffato da un sistema che gli ha permesso studiare l’informatica per lasciarlo irremmissibilmente disoccupato più tardi. A Puerto Padre, Eliécer Ávila riceve la paga sociale per azzardarsi a tanto: un venditore di limoni non gli riscuote (così ha detto nel suo conto su twitter), una donna si toglie gli occhiali da sole per verificare che è lui, e gli dedica un ghigno di complicità ed ammirazione.

Oggi, chiamandolo al telefono come unica soluzione, ho parlato vari minuti con questo guajiro di Puerto Padre al quale, come già ho detto tre anni fa in un altrro testo, ogni cubano degno deve una stretta di mano.

Proprio in nome di questi, di quelli che ammirano e celebrano la ribellione dei giusti; che desiderano un Paese speranzoso e promettente, dal quale non debbano fuggire come ruffiani i propri figli in cerca di fortuna e libertà; anche in nome dei lettori di questo stesso scritto; di quelli che morirono nell’attesa che voci sovrane come quella di Eliécer si stagliassero sopra al coro ufficiale; e di quei milioni di compatrioti suoi che vedono, nel suo coraggio, un unico motivo per non perdere la fede, gli ho recapitato, dalla distanza, un ringraziamento impossibile da quantificare, ed un’avvertenza sottile: il suo paese non lo dimenticherà.

Nota del traduttore:
L’articolo fa riferimento alla pubblicazione di una video intervista a Eliécer Ávila, sulla rete indipendente Estado de SATS, http://www.youtube.com/watch?v=zLF9mrXh7Fc.

Traduzione di Gaetano Zamboni
gaetanozamboni@gmail.com

 
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Pubblicato da su novembre 30, 2011 in Uncategorized

 

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