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Viva il circo! E’ nata la CELAC

07 Dic

Che il primo vertice della Comunità di Stati Latinoamericani e dei Caraibi, l’appena nata CELAC, sarebbe stata un pittoresco circo dove si sarebbero ventilate alcune delle peggiori abitudini della nostra porzione latinoamericana, era cosa nota. Ciò che non sapevamo era la dimensione della comitiva, la varietà dei numeri che avrebbero interpretato i suoi protagonisti, e i rari esemplari che avrebbero integrato gli atti circensi.

Chi non contava sul fatto che la stella del cartello sarebbe stata il gonfio presidente del Venezuela, al quale nemmeno le terribili cellule cancerose hanno riportato la sensatezza?

Hugo Chávez ormai riesce ad erigersi arlecchino ufficiale di ogni conclave al quale assiste. Basta ricordare il Vertice Iberoamericano del 2007, quando fu invitato a tacere dal re Juan Carlos I al quale sembrò esagerata l’incontinenza verbale del governante; o il Vertice di Trinidad e Tobago del 2009 dove, in uno dei suoi atti sedicendemente simbolici e veramente ridicoli, ossequiò Barack Obama con un esemplare di “Le Vene Aperte dell’America Latina”.

(Non si è mai chiarito se il gesto aveva una finalità simbolica o era solo una lode all’economia del suo camerata Galeano: dopo l’ossequio ad Obama, “Le Vene Aperte dell’America Latina” passò da 60.280 posto tra i libri più venduti su Amazon, al 10° posto. Un miracolo commerciale).

Ora, un Chávez di una rusticità inesauribile si è comportato da uomo orchestra: ha descritto con movimenti manuali e simpatiche onomatopee (“Rrrrrrrr”) il modo in cui gli scanners cubani avevano guardato al suo interno; ha ossequiato Cristina Fernández con un gigantesco quadro di Néstor Kirchner, che anche senza il triplicato strabismo rappresentato dall’artista era, di per sé, di pessimo gusto; e poi ha messo la ciliegina sulla torta: ha consegnato il comando provvisorio della CELAC a un presidente del Cile che è arrivato a Caracas con come Sebastián, ed è tornato a Santiago ribattezzato da Chávez “Samuel”.

Sebastián “Samuel” Piñera è, a mio giudizio, una figura di prima importanza questa volta. E non per un eroico e hollywodiano riscatto di minatori. Ma lasciamolo per X paragrafi più tardi più in basso.

Qualcuno ha dubitato sul fatto che altri incidenti di accreditata comicità avrebbero condito l’appuntamento che, secondo le cifre sempre nebbiose del governo di Caracas, è costato al Venezuela circa 25 milioni di dollari?

In quel momento è apparso il fosco presidente dell’Uruguay, José Mujica, con una giacca dell’esercito venezuelano che più che un attentato alla morale dell’esercito uruguaiano era un crimine di lesa estetica. Sotto il simpaticissimo atto di Mujica, con una sempiterna somiglianza ad un amabile armadillo, vale la pena citare le parole del senatore uruguaiano Ope Pasquet nelle sue dichiarazioni via radio a El Espectador “L’immagine del Presidente è l’immagine del paese, e l’immagine del Presidente vestito così è l’immagine di un piccolo paese”.

Tra le specie endemiche impossibile da ovviare in un simile Vertice, c’era Fidel Castro. Il vecchio c’è andato. Attraverso la bocca del fratello.

Come per scusarsi per essere così poca cosa, così poco come Presidente, Raúl Castro ha messo piede in Venezuela e si è scusato: “Chi davvero dovrebbe stare qui è Fidel. E’ lui chi lo merita”. E, chiaro, lo ha detto con quella voce così sua, con frequenza così ritardata.

Durante il suo intervento nel vertice, con un discorso che gli scrivono male, e che lui legge ancor peggio, Raúl Castro ha dovuto interrompere le sue parole e chiedere se le cannonate che ascoltava erano la guerra di Chávez contro le zanzare. Rafinatissimo senso dell’umorismo. No, nessuno dice al Generale che con quelle cannonate gli accoliti di Chávez azzittivano il suonare delle pentole col quale il popolo venezuelano reclamava cibo.

E per chi l’alimentazione è un tema di principale importanza, è il gracile Evo con il quale condivido il cognome. Morales ha asserito che nella nuova comunità, senza la presenza dei perturbatori Stati Uniti, si potrà discutere su “come far fronte alla crisi energetica, economica ed alimentare che devasta i paesi della regione”.

Sì, Evo è preoccupato per l’alimentazione della sua gente. Per questo ha escluso il pollo dal menù boliviano: lui sa, lui sa molto bene che i polli ormonati producono calvizie e omosessualità, secondo quanto immortalizzato in un altro discorso, e questo non può accadere tra i suoi camerati di coca e poncho.

Tuttavia, l’atto forse meno visibile e allo stesso tempo più scandaloso; il numero rappresentato con sottilezza, senza i riflettori dello spettacolo, era un altro. Era quello protagonizzato da presidenti democratici, decisamente lontani dai populismi e dalle loro derive totalitarie, come Sebastián Piñera, Felipe Calderón, Juan Manuel Santos, y Ricardo Martinelli, riuniti e mescolati con governanti dalla repulsiva taglia di Daniel Ortega, Raúl Castro, Evo Morales, Rafael Correa y el anfitrión Hugo Chávez.

Definitivamente, non riesco a trovare una spiegazione sensata.

Di che Unità Latinoamericana mi parlano, che funzionalità, come struttura di cooperazione, può esistere tra paesi comandati da imprenditori di centro-destra come Piñera e il panamense Martinelli, e quelli amministrati da individui di una sinistrismo feroce e dalla mentalità autoritaria come Raúl Castro e Daniel Ortega?

Ancora peggio: non credo che nessuno di questi statisti riuniti nel 1° Vertice della CELAC ignorasse che questa organizzazione, concepita millimetricamente dal cervello chavista, non persegue nemmeno da lontano una finalità economica. Prima, molto prima, ha un obiettivo politico: prendere distanza dagli unici due paesi d’America che non sono stati invitati a integrarsi al gruppo. Stati Uniti e Canada.

Se, com’è noto, la principale direttrice della CELAC era diluire l’Organizzazione di Stati Americani (OEA); se, soppiantare la OEA con un’altra comunità con più appoggio e credibilità era la sua unica essenza, credo che io stesso avrei firmato la sua esecuzione. Si tratterebbe di gettare l’ultimo pugno di terra su un organismo goffo e inutile come pochi, la cui agonizzante vita non mi dispiacerebbe di accelerare verso la fine.

Tuttavia, dar corpo ad una CELAC dal predominio economico e strategico chavista e castrista, stabilendo delle distanze dagli Stati Uniti che potrebbero essere definite francamente ipocrite (addirittura la capsula Fenix con la quale sono stati riscattati i 33 minatori cileni fu fabbricata dall’Armata Cilena insieme alla NASA statunitense!), mi è sembrata di un danno etico e morale senza paragone nella storia recente.

Comincia a delimitarsi un brutto quadro attorno all’imprenditore Piñera, uno dei politici dalla vocazione più democratica e liberale della regione, se non ha scrupoli a dirigere una troikareggente della CELAC, nella quale gli altri due membri sono niente meno che Hugo Chávez y Raúl Castro. Da piccolo mi hanno insegnato cosa succede “a chi va con lo zoppo”, e “ciò che ti diranno essere, se dici con chi vai”.

Il gran tendone della CELAC si è innalzato a Caracas, ha divertito a molti, e altrettanti ne ha sorpresi con i suoi atti strampalati. Ma al cadere il manto colorato e spegnersi il chiasso, una strana sensazione di farsa latinoamericana, di populismo degli uni intrecciati con l’opportunismo di altri, ha lasciato con un sorriso congelato a una porzione troppo ampia di pubblico attento.

Contestualizzando ed ampliando lo spettro della più famosa frase del disincanto peruviano, sembra che per molto tempo continueremo a chiedere, come quel delizioso personaggio di Vargas Llosa, in che momento ci si è fottuta la regione.

Traduzione di Gaetano Zamboni
gaetanozamboni@gmail.com

 
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Pubblicato da su dicembre 7, 2011 in Uncategorized

 

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