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Sia benvenuto il passato

14 Dic


Se, in qualche modo impensabile, potessi passare in questi giorni cinque minuti col presidente Barack Obama, li impiegherei per trasmettergli un messaggio chiaro: “Non ponga il veto sulla clausola che restringe i viaggi e le transazioni economiche con Cuba, presidente”.

Non so se gli direi che ho tutti i miei cari a Cuba, e che in questo mio anno di vita negli Stati Uniti non ho smesso di ripetere, con una costanza impertinente, che allontanare i cubani che stanno dentro da quelli che stanno fuori dall’Isola è poco più che un’ingiustizia: è un grave equivoco.

Però consiglierei al presidente di non porre il veto, per il caso di Cuba, sul progetto di legge budgetario che, prima del prossimo 16, sarà approvato o negato dal Congresso, e nel quale il rappresentante federale repubblicano Mario Diaz Balart ha intrufolato abilmente la sua ammenda, per far ritornare la politica di viaggi e transizioni economiche ai tempi di George W. Bush.

Perché? Beh, perché così come ogni popolo ha il governante che merita, così ogni settore di una democrazia ha le misure che merita, promulgate dai legislatori che sceglie e merita.

Ed anche se il veto di Obama eviterebbe la catastrofe di rompere i legami tra gli esiliati e l’incipiente società civile cubana, e risparmierebbe non poca sofferenza a madri che, da qui in avanti, potrebbero vedere i propri figli solo una volta ogni tre anni, non credo che sia compito di Obama, uno statunitense nato alle Hawaii, quello di velare sui nostri cari, quando poi sono gli stessi cubani a scegliere, o a  permettere che altri scelgano, i rappresentanti che, alla fine, detteranno leggi contro di loro.

Solo quelli che non possono esercitare il proprio diritto al voto, perché non possiedono la cittadinanza di questo paese, sono esenti (momentaneamente) da colpe. Il resto, quelli che nella Florida del sud hanno dato fiducia ad atteggiamenti come quelli di Mario Díaz-Balart, (facendoli sembrare rappresentativi di questa comunità), e hanno preferito fare propaganda durante la campagna elettorale, riceveranno a quanto pare ciò che hanno chiesto per aver esercitato o meno i propri diritti.

Ciò che è davvero spiacevole è che dei quasi 2 milioni di cubani che risiedono oggi negli Stati Uniti, e dei 1,2 milioni che vivono nella Florida del sud, è una percentuale sempre minore quella che sostiene questi atteggiamenti di allontanamento e restrizione che, in più di mezzo secolo, non hanno danneggiato nemmeno col petalo di un fiore ai fratelli Castro.

Però il fatto è che oggi la maggior parte dei cubani nella Florida del sud ha le mani legate da una delle seguenti ragioni: impossibilità legale, o apatia nell’esercizio dei propri diritti, incorreggibilmente ereditata dai giorni nell’Isola, nella quale la parola “elezioni” non trova risonanza cerebrale.

Allora, chi rimane?, quelli che per cocciutaggine, incoscienza, sfasamento od opportunismo insistono ad appoggiare una politica chiaramente fracassata, più somigliante all’assenza d’idee che alla dialettica del pensiero e delle società.

Questo spiega perché, nella Florida del Sud, non è imprescindibile possedere una piattaforma intelligente ed audace per ottenere un’ascendente carriera politica: se si ripetono gli stessi cantici, le stesse formule anticastriste, gli stessi metodi che hanno provato la propria inefficacia decennio dopo decennio, si è già a metà dell’opera.

I fatti provano che, se nessuno viaggia verso l’Isola, i cellulari non si trasportano da soli e, di conseguenza, le immagini di repressione non possono essere mostrate al mondo; ma tale dimostrazione non serve a nulla. E a nulla serve che i nuovi arrivati come me ripetano, come pappagalli rauchi, che ogni cubano che riceve un sostegno economico proveniente dall’esterno è un cittadino molto più indipendente ed onesto rispetto a quelli che dipendono dallo Stato per riempirsi lo stomaco. A nulla serve ricordare le basi sulle quali fu fondato questo grande paese: il rispetto della diversità e delle decisioni individuali.

Per questa ragione io, che sono dell’idea che quelli che vogliano visitare le proprie famiglie e i propri amici debbano poterlo fare quando la loro volontà e le loro tasche lo decidano (e non quando lo decida l’ammenda di un congressista nato, per sua fortuna, a Fort Lauderdale), applaudirei il veto presidenziale in nome delle conseguenze che questo eviterebbe; ciò nonostante, se l’uomo scelto per decidere i destini di questa nazione mi chiedesse la mia umile opinione, ripeterei la stessa sentenza: “non ponga il veto sulla clausura che restringe i viaggi da e verso Cuba.”

Finché non esisterà responsabilità e buon senso da parte dei cubani nell’esercizio dei loro diritti; finché non esisterà una coscienza sull’eleggere i promotori di politiche rispettabili nella ricerca della libertà, ma inconsistenti in quanto obsolete… che siano allora le leggi draconiane a decidere i destini di questa comunità, e diamo il benvenuto al passato.

Non credo che debba essere il presidente degli Stati Uniti, come adulto perspicace, a prendere la decisione per conto dei fanciulli. I diritti si ottengono con responsabilità, non si ricevono per indulgenza.

Traduzione di Gaetano Zamboni
gaetanozamboni@gmail.com

 
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Pubblicato da su dicembre 14, 2011 in Uncategorized

 

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